Santiago
Siamo arrivati a Santiago alle 22:30. La coda al controllo passaporti è eterna. Davvero infinita.
Per fortuna c’è la fila per chi ha la priorità, tra cui anche i bambini sotto i cinque anni. Peccato che nella corsia prioritaria ci siano famiglie di otto persone che accompagnano una nonnina super arzilla, che non sembra avere nessun bisogno di priorità… ma vabbè.
A Santiago avevamo prenotato solo una notte. Avremmo dovuto prendere l’aereo la mattina presto per San Pedro de Atacama, ma purtroppo il volo è stato anticipato ancora di più. Questo avrebbe voluto dire svegliarsi alle 4:30 e dormire praticamente quattro ore.
Così abbiamo deciso di spostare il volo alle 14:30 e goderci la mattinata in hotel.
Scelta azzeccata.
L’hotel è molto carino e il rapporto qualità-prezzo è eccellente. C’è anche una piscina, dove i bimbi si sono divertiti tutta la mattina. Io ho chiesto a Paolo se volesse usare la palestra, ma lui aveva mangiato troppo a colazione e non se la sentiva di fare sport.
Così mi sono presa 30 minuti per me e ho fatto una corsetta sul tapis roulant, prima di tuffarmi in piscina con i bambini.
Ora è arrivata l’ora di tornare in aeroporto.
San Pedro de Atacama
Finalmente siamo qui.
Forse è la tappa più attesa, quella che più desideravamo vedere. Ho già la sensazione di non avere abbastanza tempo per viverla davvero fino in fondo.
Per ora vedo solo deserto attorno a me.
Ci muoviamo in macchina da una destinazione all’altra e in mezzo non c’è nulla. Forse qualche asino, qualche cima di vulcano innevata in lontananza, sabbia ovunque, pietre irregolari e appuntite.
Mi fa riflettere pensare a quanto tempo ci sia voluto per creare tutto questo.
Milioni di anni fa qui c’era acqua: laghi, fiumi, vita. Poi la Terra ha deciso di chiudere le porte: ha sollevato le Ande e così le piogge si sono fermate. Pian piano l’acqua è evaporata. Se n’è andata, lasciando il sale.
I vulcani hanno continuato a parlare, costruendo panorami fatti di pietre irregolari e taglienti, rese ancora più appuntite dagli sbalzi di temperatura tra giorno e notte e modellate dal vento.
In alcune zone del deserto non piove da milioni di anni. In altri posti l’ultima pioggia risale a 400 anni fa. Eppure il cielo è spesso nuvoloso, come se stesse per scoppiare un temporale. Dicono che sulle cime dei monti nevichi, ma quaggiù ci sono solo vento e tempeste di sabbia. Tanto vento.
Prime esplorazioni
Per acclimatarci abbiamo scelto destinazioni facili.
Laguna Chaxa, dove abbiamo osservato tre tipi diversi di fenicotteri. Abbiamo anche sbagliato strada per arrivarci. Possiamo dire che ci siamo persi nel deserto? Stavamo quasi finendo in una miniera di sale 🤣
Nel pomeriggio siamo tornati in hotel - Casa Solcor, che è davvero un posto delizioso. I bimbi hanno fatto un tuffo in piscina e noi abbiamo programmato la prossima tappa: le piscine saline di Laguna Escondida de Baltinache.
Dalle foto sembrano posti pazzeschi. Dal vivo, secondo me un po' meno.
L’acqua è così salina che ti morde la pelle. I bimbi potevano fare solo un tuffo veloce. Axel si è anche toccato gli occhi e gli bruciavano tantissimo. Il vento era fortissimo e la passeggiata nel deserto sotto il sole cocente, con la sabbia negli occhi, è stata lunga. Poi la coda per la doccia, i costumi rovinati dal sale… no grazie.
Valle della Luna
La Valle della Luna era il posto che più desideravamo vedere al mondo.
Da sempre. Uno di quei luoghi che immagini per anni, che vedi in foto e pensi: prima o poi ci devo andare. Finalmente eravamo lì.
Dopo una lunga mattinata con attività scelte dai bimbi – quindi colazione, piscina e cartoni – siamo partiti verso le 3 del pomeriggio per il deserto. In macchina, come al solito: urla, anarchia, stanchezza, giochi di lotta, pesca con le cinture. Arriviamo già un po’ stanchi, ma pieni di aspettative.
Appena entri nella Valle della Luna capisci subito di essere in un posto diverso. Il paesaggio è surreale. Tutto è secco, roccioso, grigio e ocra. Nessuna vegetazione. Solo forme strane, come se qualcuno le avesse modellate con pazienza per milioni di anni.
La prima grande tappa è stata la Duna Mayor.
Avevo chiesto consiglio se fosse meglio salirci subito o alla fine del percorso, perché sapevo che da lì c’era la vista migliore. Mi avevano consigliato di andare subito. Col senno di poi, sarei salita sulla duna più tardi, più vicina al tramonto, con la luce giusta. La vista da lassù è qualcosa di indescrivibile. A parole, ma anche in foto. Le immagini non rendono. È un po’ come quando fotografi la luna con il telefono o le onde del mare: sai che è incredibile, ma la foto non lo racconta. Da lassù ti senti davvero piccolo. Il paesaggio è enorme, silenzioso, infinito.
Dalla duna abbiamo proseguito verso l’anfiteatro. Qui le pareti di roccia si aprono come in un vero teatro naturale. Le stratificazioni sono bellissime e tutto sembra perfettamente al suo posto. Il vento però era fortissimo. A tratti faceva quasi freddo. Cammini, ti fermi, guardi, e poi riparti, con la sabbia che entra negli occhi e nei vestiti. In lontananza abbiamo visto formarsi mulinelli di vento.
Una cosa che mi ha colpito è quanto siano rigidi i percorsi. Ci sono sentieri prestabiliti da cui non si può uscire e nemmeno tornare indietro. A un certo punto avrei voluto rifare un pezzo della passeggiata, ma non era possibile. Qui il deserto non è ospitale. A differenza di altri deserti che abbiamo visitato, come quello in Oman, qui senti davvero un senso di pericolo.
Arrivati alla ex miniera di sale, io ho deciso di completare il percorso fino alla fine, mentre Paolo e i bimbi sono tornati indietro a prendere la macchina. Non appena la guardia di sicurezza mi ha vista da sola, si è subito preoccupata e mi ha chiesto se fossi sola o con qualcuno. Le ho detto che mio marito sarebbe passato a prendermi. In quel momento ho pensato: e se non passasse?
Ho sentito dire che qui la temperatura può scendere da 50 gradi a 0 gradi in 5–10 minuti. E pensare che i minatori di sale dormivano lì, in quelle casette di pietra con tetti di metallo, costruite con quello che trovavano, senza alcun isolamento. Brividi.
L’ultima tappa sono state Las Tres Marías.
Tre grandi formazioni rocciose che spuntano dal nulla. Da lontano sembrano statue e poco più avanti c’è la pietra a forma di dinosauro. Ci fermiamo a guardarla, a girarci intorno, a scattare le ultime foto della giornata.
Il sole sta iniziando a scendere e la luce cambia tutto. Le rocce diventano più calde nei colori, il paesaggio sembra ancora più irreale. È il modo perfetto per chiudere la visita.
Prima di uscire dalla Valle della Luna decidiamo di andare a vedere il tramonto dal Ckoi Point.
Il sole scende lentamente e la luce cambia tutto. Le rocce diventano più calde nei colori, il paesaggio sembra ancora più irreale. È uno di quei momenti in cui ti fermi, guardi e basta.
I bambini però, a questo punto, non ne vogliono più sapere di scendere dalla macchina. Sono annoiati, coperti di sabbia dalla testa ai piedi e iniziano a saltare nel bagagliaio come due cavallette impazzite.
Noi facciamo finta che li abbiamo dimenticati nel deserto. Dal bagagliaio sentiamo solo risatine, sghignazzi e rumori sospetti. Poi, all’improvviso, spuntano fuori urlando “BUUU!”, ridendo come matti.
Ed è così che salutiamo la Valle della Luna.
Con il sole che tramonta, la sabbia ovunque, due bambini felici nel bagagliaio e la sensazione di aver vissuto qualcosa che ci ricorderemo per sempre.
Geyser di El Tatio
Sveglia alle 5 e partenza al buio con colazione al sacco.
Il cielo è pieno di stelle, sembrano vicinissime. Belle, anche se ne abbiamo viste di ancora più spettacolari in altri viaggi. Il viaggio è lungo e decidiamo di non far dormire i bimbi, così possiamo controllare che stiano bene durante i 2000 metri di ascesa verticale, con obiettivo finale i 4.300m. Per la prima volta gli metto un cartone in macchina. Ci fermiamo quattro o cinque volte per fare pipì.
La strada per arrivare su è molto tortuosa e in certi punti anche messa male, però è super panoramica. Quando sorge il sole passiamo accanto a un piccolo laghetto che si chiama Vado Putana, pieno di fenicotteri. Tantissimi, molto più che a Laguna Chaxa.
Davanti a noi ci sono montagne altissime, sui 5-6 mila metri, e diversi vulcani, tra cui il vulcano Tao e il Licancabur. La luce del mattino rende tutto ancora più bello.
A un certo punto diamo il succo ai bimbi con la cannuccia. Ari lo beve un po’ e poi ci allarma dicendo che non riesce a respirare. Mancavano circa dieci minuti all’arrivo e per un attimo non sapevamo se tornare indietro.
Mettiamo Ari sul sedile davanti per controllarlo meglio e, non appena si siede, inizia a chiacchierare, ridere e chiedere a cosa servissero tutti i bottoni della macchina. A quel punto decidiamo di proseguire.
Pochi minuti dopo arriviamo e vediamo il vapore uscire dalla montagna. Arrivati su, sorprendentemente non patiamo troppo l’altitudine dei 4.300 metri. Ari però non vuole camminare, vuole solo stare in braccio.
I geyser sono tutti diversi: alcuni sparano acqua, altri sono solo vapore acqueo. Vanno a intermittenza e sono bellissimi nel loro insieme.
Rimaniamo lì fino alla fine, quando tutti i tour se ne vanno. Ci godiamo il sole che sale piano, il silenzio e il vapore che esce da ogni parte. È un momento davvero speciale.
Restiamo sopra i 4000 metri per circa 5–6 ore. Dopo un po’ inizio a sentire un po’ di pressione alla testa, ma è talmente bello che facciamo fatica ad andarcene. Più scendiamo e più vorremmo fermarci: altri geyser, panorami verdi dove passano piccoli corsi d’acqua.
Sulla via del ritorno incontriamo tantissimi animali: volpi, lama, vicuñe (che sono una specie di lama imparentata con i cammelli), greggi di capre e ovviamente fenicotteri. Vediamo anche cactus enormi, alti fino a tre metri, che crescono imponenti sulla cima delle montagne. Vulcani che si specchiano negli stagni. Penso che l’escursione a El Tatio mi sia piaciuta ancora di più della Valle della Luna.
Durante la discesa io sto un po’ male. Un po’ per la stanchezza e un po’ per la discesa rapida, immagino. Mi viene un forte mal di testa e nausea, tipo mal di mare.
I bimbi invece, dopo un riposino, si riprendono subito e sono prontissimi per nuovi tuffi in piscina. Penso che questa sarà la parte del viaggio che mi rimarrà più impressa. Ci sarebbero ancora tante cose da vedere, come le Piedras Rojas e le lagune altipianiche, ma abbiamo deciso di prenderci una giornata di relax per i bimbi. Forse le vedremo la prossima volta, quando torneremo da queste parti passando per la Bolivia.
Cibo, appunti e piccoli momenti
A cena abbiamo mangiato il pil pil di gamberetti in un ristorante in centro città. Sembravano gamberetti in una specie di bagna cauda piccante. Davvero super. Il ristorante di San Pedro si chiama Abode, con influenze peruviane. Davvero eccellente.
Promemoria mentale: cercare la ricetta del pil pil, quella della crema di mais (di cui non ricordo il nome) e quella del Pisco Sour alla Rica Rica, una pianta che non conoscevo. Dopo cena Ari ha condiviso il suo gelato con un cane randagio. Un cucchiaio a lui e uno ad Ari. Momento tenerissimo.
San Pedro di Atacama mi fa pensare di essere dentro Star Wars. Ogni volta che entro in un negozietto, mi sembra quasi di entrare nella bottega delle riparazioni dove lavorava Anakin, ma al posto ci trovo souvenir, poncho e pietre preziose di miniera.
Le persone
bbiamo soggiornato a Casa Solcor, che è una specie di hotel / B&B con molti spazi comuni dove poter rilassarsi, cucinare o semplicemente riposare. Questo ci ha dato modo di incontrare persone davvero interessanti, tra cui Japi Jane, donna fondatrice di un negozio di adult toys di grande successo a Santiago e a livello internazionale.
Così ho trovato la prima donna da fotografare per il mio progetto. Il suo nome è Jayne.
Lei ha una piccola impresa a Santiago: ha lanciato la sua linea di adult toys. Ho aperto la pagina Instagram di Japi Jane e mi è piaciuta molto per l’inclusività. In particolare usa come testimonial donne di mezza età, che sono anche il suo target più ampio.
Non lo trovate interessante che una donna ci impieghi una vita intera per realizzare che il suo godimento è anche importante? Arrivi alla mezza età e non vuoi più fare compromessi, finalmente è ora di pensare a sé. Ci metti una vita intera per capire che conti anche tu.
Abbiamo anche incontrato Barbara Tatane, un’artista locale che vive e lavora a San Pedro. Le sue opere sono profondamente legate al deserto, ai suoi colori e alla sua luce. Se passate da qui, vi consiglio davvero di guardare il suo lavoro. Abbiamo incontrato viaggiatori da ogni parte del mondo, ragazzi che camminavano nel deserto, che si fermano in Sudamerica a fare volontariato, ognuno con la propria storia, ma tutti con la stessa sensazione addosso, che in questo posto ci vuoi restare.
Ed è forse questo il regalo più bello di San Pedro de Atacama. Non solo i paesaggi incredibili, ma le connessioni spontanee e le persone incontrate per caso.
















































































