Siamo partiti da El Calafate con il sole pieno e il solito vento. Abbiamo lasciato il nostro bellissimo AirBnB, una casetta piccolissima rivestita da legno da dentro, semplice ma decorata con stile e grazia autentica, proprio come la vorrei avere io! Arrivati a El Chaltén ci ha accolti un clima antartico: pioggia ghiacciata, vento, freddo pungente e soprattutto le nuvole che inghiottivano completamente il Fitz Roy. Invisibile.
Forse domani saremo più fortunati.
Abbiamo spostato la passeggiata a cavallo prevista per il pomeriggio alle 8.50 del mattino poiché al mattino ci sono più probabilità di vedere le cime: speriamo di non congelare… e magari di trovare un po’ di sole.
Nel frattempo la mia pelle è secca, le rughe sempre più pronunciate. Questo vento secco e gelido mi mummifica. Ma allo stesso tempo, ogni ruga è un segnalibro di una pagina di vita vissuta intensamente.
Nel pomeriggio abbiamo fatto una piccola passeggiata fino alla cascata Chorrillo del Salto. Siamo usciti dalla macchina infagottati, sotto il diluvio. Poi, all’improvviso, le nuvole sono sparite ed è uscito un sole caldissimo che ci ha scaldato il cuore.
Axel era entusiasta del percorso sulle pietre, Ari saltava nelle pozzanghere. Quanta gioia vederli così.
Gioia che però non si riesce mai a vivere del tutto: Axel corre avanti di 100 metri, lo perdiamo di vista, ci fa preoccupare. È un incosciente. Fa cose pericolose in continuazione senza rendersene conto. Quando è stanco il suo cervello funziona solo in fight or flight. Non si regge in piedi, ogni tanto devo tenerlo per la giacca per non farlo cadere, come un cagnolino al guinzaglio.
La seconda giornata a El Chaltén è stata epica.
Sveglia presto: il meteo prometteva sereno al mattino. Usciti di casa, la punta del Fitz Roy si vedeva chiaramente, incastonata in un cielo blu da cartolina. Ovviamente perdiamo la testa e ci dimentichiamo pure di scattare le foto.
Ci siamo diretti verso Estancia Bonanza per una cavalcata di due ore — quella che mi avrebbe definitivamente indolenzito il coccige ferito anni fa sullo snowboard.
Arrivati su, il cielo era già un po’ velato. Avevamo paura di non vedere più il Fitz Roy. Paolo ha provato a far volare il drone per vederlo da più in alto, ma il vento era troppo forte e lo ha costretto ad atterrare subito.
Davanti all’estancia c’era un ponte sospeso sopra l’acqua, mezzo rotto, con un vento tremendo che lo faceva vibrare. Ho sperato di non doverlo attraversare. Ovviamente era il percorso per raggiungere il maneggio. Ho preso Ari per mano stretto stretto e ho sperato fortissimo di non finire nel fiume.
Io cavalco con Ari, Paolo cavalca con Axel questa volta. A Paolo danno sempre il cavallo più grande e maestoso. A me e Ari tocca Piqué, nero, piccolino, ma corre e io sono in testa.
Partiamo. Vediamo lepri ovunque, condor che volano altissimi e persino i loro nidi incastonati nella roccia. In alto, sulle pareti, ci sono anche delle bolle dove si può dormire sospesi sulla montagna. Una carrucola che collega due cime, non per noi, ovviamente, con i bambini.
Il vento non è così tremendo come temevamo. Il sole ci scalda il viso.
A un certo punto, dopo una discesa, assistiamo a una scena da film: un gregge di pecore che scende veloce, spinto da un gaucho che agita la camicia in una mano e indossa il suo basco argentino. Tre cani le guidano: due maremmani e un border collie.
Uno di loro si diverte tantissimo a inseguire anche le lepri e prova a prenderne una.
Poi arriva una salita enorme. Il mio cavallo dà il meglio di sé: sembra un mulo da traino e inizia quasi a correre in salita.
in cima davanti a noi si apre finalmente il Fitz Roy. Pian piano, scendendo, diventa sempre più chiaro. Il cielo è grigio, non perfettamente sereno, ma la montagna è lì, enorme, imponente. Le foto non riescono a renderle giustizia.
Scendiamo, leghiamo i cavalli e arriviamo in uno spazio tutto per noi. Dietro, un piccolo ristorante nel mezzo della montagna. Dentro, un fuoco acceso con tronchi giganteschi. Sopra, il cordero che stanno preparando per il pranzo.
A noi servono una focaccia con marmellata di calafate (un frutto della Patagonia) e un caffè in bustina da té. La locanda è bellissima, autentica. Decorata con dettagli gaucho e cimeli di famiglia.
Sarei rimasta lì per ore. Le finestrone in legno facevano da cornice al dipinto del Fitz Roy di fronte a noi. Ma abbiamo solo 15 minuti. Poi si riparte.
Dopo la cavalcata volevamo fare ancora una passeggiata. Io sognavo Laguna Capri o il Mirador del Cóndor, ma seguiamo i consigli dell’hotel. Arrivati a Piedras Blancas rinunciamo: il vento è troppo forte, siamo in mezzo a una distesa aperta, nel letto di un fiume. Non riesco nemmeno a sentire la voce di Paolo che mi parla accanto a me.
Cambiamo piano: Laguna Capri. Evvai!
I bambini però si addormentano in macchina. Un sonno profondissimo di 15 minuti. Quanto basta per rigenerarli e trasformarli in piccoli eroi.
Sulla mappa la camminata è di 4,8 km. Il nostro limite già testato in Svizzera. Ma non avevamo considerato il ritorno. Paolo e io ci sentiamo un po’ incoscienti… ma decidiamo di proseguire dopo il terzo chilometro.
È tutta in salita, difficoltà medio-alta. Axel cammina fino al chilometro 3 con le sue gambe. Poi fa una pausa lunga, circa 200 metri nello zaino.
A quel punto entrambi scendono e dichiarano di voler camminare. Vogliono essere quelli con le gambe d’acciaio. Le gambe di diamante si ottengono a 10 km. Compromesso trovato: gambe di smeraldo.
Alla fine scopriamo che Axel ha camminato più di 8,5 km e Ari sicuramente più di 3. A bocca aperta. La competizione tra fratelli fa il resto: gare, sfide, nessuno vuole essere portato in braccio. Che meraviglia.
Arriviamo alla Laguna Capri. Il Fitz Roy non si specchia nell’acqua, vediamo solo il riflesso delle nuvole. Ma è bellissimo lo stesso. La giornata di attività finisce verso le 18.45, ora in cui i bambini desiderano solo più un cartone e noi gliel’abbiamo fatto sudare. Guardano Lilo e Stich mentre io devo avvertire tutta la famiglia dell’impresa di Axel e nel frattempo cucinare cena.
Forse la giornata più gratificante di tutte. Perché siamo venuti a El Chaltén sapendo che forse non avremmo visto nulla. Perché oltre a noi, con bambini così piccoli c’era solo un’altra coppia di incoscienti. Non eravamo sicuri di quanto avremmo potuto fare e vedere con bimbi di 3 e 5 anni e invece abbiamo fatto tutto quello che avevamo sognato.
Il giorno dopo torniamo a El Calafate per prendere l’aereo per Santiago. Il panorama della via del ritorno fiancheggiando il lago Viedma e successivamente il lago Argentino é mozzafiato. I colori dell’acqua sembrano irreali.
Finisce che mangiamo in una locanda scelta a caso: Bokado Trattoria. Cibo fenomenale. Crocchette di asado di cordero e di funghi. Una delicatezza incredibile.
Alle 15:00 i bambini entrano sempre nella loro fase di crollo emotivo e fisico. Mi sembra che, dopo le tre, per noi la giornata sia sempre ufficialmente conclusa.
E va bene così.


































