
South Island, New Zealand
South Island, New Zealand
Arriviamo in Nuova Zelanda stanchi, svuotati dai voli, con quella sensazione precisa che arriva all’inizio dei viaggi veri: il corpo è ancora indietro, la testa pure, ma qualcosa è già cominciato.
La prima cosa che noto, però, non è il paesaggio.
Sono le persone.
Dopo l’Australia, dove tutto ci era sembrato veloce e un po’ distante, qui il ragazzo alla dogana ci sorride. Ha origini cilene e, appena vede i nostri passaporti, ci chiede quanto ci è piaciuto il Cile. Non per riempire il silenzio. Ci ascolta davvero. È una cosa piccola, ma mi fa sentire subito accolta.
Fuori dall’aeroporto l’aria è diversa. Più fresca, più pulita, quasi vuota.
Prendiamo la macchina e partiamo verso Te Anau. In auto parliamo poco. Siamo stanchi, ma nel modo giusto.
Arriviamo nel tardo pomeriggio e andiamo subito al lago. È immobile. Non calmo: immobile proprio.
I bambini iniziano a lanciare sassi. Axel ci prova seriamente, vuole farli rimbalzare. Ari ride a ogni lancio, anche quando non succede niente. Paolo, naturalmente, li fa saltare una, due, cinque volte. Io li guardo affondare subito. Restiamo lì parecchio.
La casa dove dormiamo sembra rimasta in piedi dentro un altro tempo. Soprammobili ovunque, sedie che non cambierei mai ma che non comprerei più, DVD sugli scaffali, piccoli oggetti messi lì da anni. A un certo punto trovo un cigno di ceramica porta gioie. Sorrido. È il genere di cosa che avevo visto da bambina.
La notte capiamo un’altra cosa della Nuova Zelanda: le case sono diverse. Lamiera, legno, spifferi. Il freddo entra. Ti svegli e senti l’aria gelida sulla faccia.
Il giorno dopo abbiamo Milford Sound.
La barca scivola nel fiordo e tutto si abbassa di volume. Le montagne scendono dritte nell’acqua, enormi. Paolo osserva che con il sole le cascate sono meno spettacolari. Io invece resto incantata proprio da quelle sottili, quasi laterali.
A un certo punto la barca si avvicina troppo a una cascata.
Troppo nel senso letterale.
Ci finiamo sotto.
Acqua gelida addosso, i bambini che urlano, noi che ridiamo. Restiamo bagnati per tutto il resto del giro, ma dopo non importa più.
Verso l’oceano la luce cambia. Il sole si abbassa e i raggi cadono sull’acqua in un modo perfetto. Provo a fare una foto. Non viene. Non viene quasi mai, quando qualcosa è davvero bello.
Sulla strada del ritorno vediamo un uccello. Io sono convinta che sia un kiwi. Paolo dice di no. Restiamo a guardarlo per un po’, poi ripartiamo senza sapere chi avesse ragione.
La sera siamo sfiniti, ma finiamo comunque al parco giochi. È impressionante quanta energia riescano a trovare i bambini quando noi pensiamo che abbiano finito tutto.
Il giorno dopo facciamo le glowworm caves. Appena vedo l’ingresso mi sale un po’ d’ansia. È basso, bisogna piegarsi, e per un attimo penso davvero che non ce la farò. Poi guardo i bambini, che entrano senza esitazione, e li seguo.
Dentro il rumore dell’acqua è fortissimo. Riempie tutto. Poi saliamo su una barchetta, spengono le luci, e sopra di noi appaiono migliaia di punti luminosi.
Sembrano stelle.
Ma sono vive.
Resto in silenzio. Non penso a niente. Per me è rarissimo.
Quando arriviamo a Queenstown il ritmo cambia. Prendiamo un Airbnb invece dell’hotel. Facciamo la spesa da Woolworths — carne, verdure, cose semplici — e cuciniamo. Mangiare normale, dopo giorni in movimento, ci sembra un lusso.
I bambini entrano in casa e corrono subito verso l’idromassaggio. Ci restano pochissimo: per loro è troppo caldo. Noi invece la sera restiamo fuori a guardare il cielo.
Dietro le montagne c’è una luce strana. Per qualche minuto facciamo ipotesi improbabili, poi capiamo. È la luna piena. Così forte da cancellare quasi tutte le stelle.
A Queenstown c’è anche un’altra cosa che mi resta addosso: la mia corsa. Esco a correre da sola, con quell’aria fredda che ti sveglia subito, il lago lì accanto, le montagne ferme intorno. Non ricordo neanche quanto ho fatto. Ricordo solo la sensazione di stare dentro il paesaggio per davvero, non più soltanto a guardarlo.
Poi ci sono le discese con la slitta. I bambini impazziscono. Ridono, urlano, vogliono rifarlo subito. Dei salti sono entusiasti — credo soprattutto dei salti, o forse di quella frazione di secondo in cui il corpo perde appoggio e tutto diventa puro divertimento. In ogni caso, per loro Queenstown sarà probabilmente anche questo: velocità, urla e felicità piena.
Il giorno dopo guidiamo verso Glenorchy. È una delle strade più belle che abbiamo fatto in tutto il viaggio. L’acqua è blu, piatta, piena di riflessi così precisi da sembrare disegnati. Avrei voluto fermarmi ovunque.
Ci fermiamo da Mrs Woolly’s. Si mangia bene, ma a colpirmi è soprattutto il negozio. I gioielli in pounamu, i capi in lana merino e opossum, quella morbidezza quasi assurda al tatto. Li tocchiamo tutti, uno dopo l’altro, come per capire se sia possibile davvero. E intanto inizia anche la ricerca delle pietre pounamu, non più come souvenir qualsiasi, ma come qualcosa da scegliere bene, da portarsi via con intenzione.
Ripartiamo, ma io sarei rimasta ancora.
A Queenstown scopriamo anche i parchi giochi. Non sono pensati per rendere tutto facile: i bambini devono arrampicarsi sul serio, usare forza, equilibrio, attenzione. Accanto c’è pure una palestra all’aperto. Paolo, ovviamente, entusiasta.
A Wanaka troviamo una fila di persone in attesa di fotografare un albero. Una fila vera. Paolo la trova ridicola. Io mi diverto a guardare la scena.
I bambini intanto trovano un ramo, lo piantano nell’acqua e decidono che la foto importante è quella. Hanno ragione loro.
Arriviamo a Lake Tekapo e non riesco subito a capire come mi sento. Il lago è irreale, il cielo enorme, i colori quasi esagerati. Ma non riesco a rilassarmi. Le case sono troppo vicine, troppe finestre, troppa visibilità reciproca. Mi sento osservata.
Durante la notte mi sveglio e vedo qualcuno in giardino che fotografa le stelle. Non c’è nulla di minaccioso, ma mi mette a disagio. E capisco una cosa semplice: non basta che un posto sia bello perché ci si senta bene.
Da Lake Tekapo andiamo verso Mount Cook. Lì il paesaggio cambia di nuovo. Facciamo una camminata di 6 chilometri con i bambini, e già questo mi sembra notevole. C’è un vento folle, di quelli che ti prendono il corpo intero, ti spostano il cappello, ti fanno stringere gli occhi e ridere nello stesso momento. È bellissimo. Bello davvero, senza bisogno di aggiungere altro. Ricordo il vento più di tutto: il rumore, la forza, i bambini che continuano ad andare.
Quando arriviamo a Christchurch vedo finalmente una Nuova Zelanda che avevo immaginato prima di partire: verde, aperta, pecore ovunque.
Visitiamo il museo sul terremoto e scopro una cosa che non riesco più a togliermi dalla testa. Dopo il terremoto il sistema fognario era distrutto. La gente non poteva usare i bagni. E quindi il sindaco aveva detto di usare i giardini.
Le persone scavavano buche e condividevano soluzioni online. Tra le gomme delle macchine, nelle fioriere, dove capitava. È assurdo, ma è reale.
E subito accanto c’è un parco giochi pieno d’acqua, pieno di voci, pieno di vita.
Poi arriviamo a Kaikoura.
La giornata è grigia, nebbiosa. Ci dicono che è raro. Prendiamo un kayak di quelli che si pedalano. I bambini sono elettrici. Pedalano, ridono, si sentono grandi.
Ci avviciniamo alle foche in silenzio, molto lentamente. È un incontro che ha qualcosa di sospeso. Restiamo vicini, molto vicini.
Avevamo pensato di vedere le balene, ma tra il mare e la visibilità decidiamo di lasciar perdere.
Il giorno dopo andiamo a Blenheim. L’Airbnb è perfetto: una casa normale, vissuta, vera. Dentro c’è Momo, il gatto.
Ci guarda con l’aria di chi tollera la nostra presenza più che accoglierla. Mi fa pensare subito ad Anakin. E a quanto ci manca.
A Blenheim restiamo poco. Le cantine sono nel pieno della vendemmia, tutti sono occupati, poco presenti. L’unica davvero accogliente è Cloudy Bay.
Facciamo una degustazione, compriamo due bottiglie.
Poi andiamo via.
Abbiamo già la testa altrove.
C’è qualcosa che sta cambiando nei piani.
Un imprevisto.
E si sente.
Se un giorno rileggerete queste righe, spero che non vi tornino in mente solo i luoghi.
Spero che vi restino addosso il freddo nelle case, l’acqua gelida della doccia sotto la cascata, le stelle vive sopra la testa, il vento folle sul Mount Cook, la morbidezza della lana merino e opossum sotto le dita, la ricerca del pounamu, le risate sul kayak a pedali, le urla divertite sulle slitte.












































