North Island, New Zealand

North Island, New Zealand

Caro diario,

che bella idea viaggiare con tutto programmato da cinque mesi.

Finché non decidi di passare dall’Isola Sud all’Isola Nord in traghetto. E il traghetto viene cancellato. E la compagnia ti offre come alternativa una data due settimane dopo, come se uno potesse semplicemente aspettare lì. Noi avevamo una macchina da restituire ad Auckland e un volo per la Polinesia Francese da prendere. Non proprio dettagli.

La mail l’abbiamo letta alle otto di sera, per il giorno dopo.

Nel giro di un’ora avevamo fatto tutto: chiamato Snap per essere sicuri di poter restituire l’auto in un altro luogo, prenotato un volo per Wellington, scoperto che a Wellington non c’era più neanche una macchina disponibile per tutta la settimana, cambiato il volo, prenotato Auckland, trovato finalmente un’altra auto, scritto all’assicurazione e mandato le richieste di rimborso alla compagnia del traghetto.

Tutto in un’ora.

Poi abbiamo chiuso le valigie un po’ tristi, perché Wellington ci sarebbe piaciuta. Ma ormai la questione era un’altra: salvare l’itinerario.

Con la nuova soluzione, per vedere il Tongariro avremmo dovuto guidare cinque ore il giorno dopo. L’abbiamo fatto. E siamo arrivati giusto in tempo per trovarlo sotto un cielo nuvoloso, che ci ha fatto capire subito una cosa: non era il giorno per sfidarci.

Abbiamo quindi lasciato perdere le grandi camminate. Siamo andati alle piscine di Gollum e abbiamo fatto una ridge walk che, a me, onestamente non è sembrata affatto una ridge walk. Però va bene, i nomi servono anche a creare aspettative sbagliate.

Il giorno dopo dormivamo a Taupō, ma abbiamo deciso di riprovarci. Abbiamo preso lo zainetto porta Ari e ci siamo lanciati sulla Taranaki Falls Track: circa otto chilometri.

Axel ha camminato da solo tutto il tempo.

Giorni dopo gli ho chiesto quale fosse stata la sua giornata preferita in Nuova Zelanda, e lui ha risposto senza esitazione: quella della camminata sul vulcano.

Paolo forse la ricorda in modo leggermente diverso, con Ari sulle spalle.

Mi è dispiaciuto non fare la Tongariro Alpine Crossing. Ma con i bambini sarebbe stato troppo. Troppo lungo, troppo impegnativo, troppo da adulti che vogliono dire di averlo fatto. In cambio, però, abbiamo avuto una giornata bellissima, con una visibilità rara, e quella sensazione di aver scelto bene invece che tanto.

La sera siamo andati a vedere le Huka Falls.

Impressionanti.

Più che belle, potenti. Acqua compressa, spinta, lanciata in avanti con una forza quasi eccessiva. Ti fermi lì e capisci subito che non c’è nulla da aggiungere.

Taupō mi ha ricordato un po’ Nikko. Non tanto per il paesaggio in sé, quanto per l’atmosfera. Siamo stati ospiti di una famiglia che affittava la parte sotto di casa loro. È il mio tipo di Airbnb preferito. Perché entri in una casa con rispetto, usi il loro giardino, attraversi i loro spazi senza l’impressione di stare consumando un prodotto turistico. Per un attimo vivi accanto a una vita vera, non dentro una casa svuotata per i visitatori. Mi sembra sempre più autentico.

Verso Rotorua ci siamo fermati a Wai-O-Tapu a vedere i geyser. Il Lady Knox ai bambini è piaciuto molto. A noi grandi un po’ meno, soprattutto quando abbiamo capito che la sua puntualità così teatrale dipendeva da una reazione chimica al sapone. C’era qualcosa di deludente in quella precisione programmata.

I geyser, però, quel giorno eruttavano tantissimo. E con il vapore arrivava anche l’odore di zolfo, così forte che a tratti era quasi intollerabile. Quando entravi nel fumo si vedeva pochissimo. Sembrava di muoversi dentro qualcosa di vivo e insieme respingente. Forse è il posto classico che rende meglio con una giornata più ventosa, quando il vapore si apre e ti lascia vedere di più.

Il giorno dopo abbiamo preso le mountain bike per girare nella Whakarewarewa Forest.

È stato bellissimo.

Anche facendo i percorsi bambini-friendly, ci siamo divertiti tantissimo. Axel da solo sulla sua bici, Ari seduto davanti sulla shotgun saddle. Io avevo prenotato per quattro ore, e meno male. Due sarebbero state pochissime. Quelle foreste hanno il potere di farti sentire bene fisicamente, proprio nel corpo: terra, alberi, curve, movimento. Tutto molto semplice e tutto molto riuscito.

Nel pomeriggio siamo stati in un villaggio māori poco fuori Rotorua.

Ci hanno accolti con la loro danza di benvenuto, ed è stato un momento potentissimo. I bambini guardavano impauriti e ipnotizzati. Io sentivo salire le lacrime.

Poi una ragazza ha parlato del ruolo delle donne nella cultura māori. Ha detto una frase che mi è rimasta addosso: se uccidi un uomo, muore un uomo. Se uccidi una donna, uccidi un’intera generazione.

Mi ha colpita in pieno.

Forse anche perché è impossibile ascoltare parole così senza pensare alle guerre di oggi, alla violenza cieca, alle bambine uccise prima ancora di poter diventare donne.

Poi ho scoperto che l’haka è stata inventata dalle donne. Per me è stata una rivelazione. Sentire quelle voci librarsi nell’aria, così forti, così piene, mi ha fatto venire i brividi. C’era una potenza antica ma lucidissima, qualcosa che non aveva bisogno di spiegarsi per farsi sentire.

Il giorno seguente ne ho vista un’altra, a Te Puia, ma è stata decisamente meno intensa. Più pulita, più ordinata, ma anche meno viva.

Dopo lo spettacolo abbiamo mangiato una cena māori contemporanea, ed è stata fenomenale. Anatra, short ribs morbidissime, agnello, carote, patate māori di vari tipi con il cocco, frutti di mare. Anche le grandi cozze verdi che avevamo già mangiato a Kaikōura e l’abalone. Una cena ricca, piena, senza quella versione turistica e semplificata che a volte si trova in posti del genere.

Come anticipato, il giorno dopo io e Ari siamo andati a Te Puia per vedere altri geyser. Abbiamo visto anche tre kiwi e imparato molto sulla loro conservazione: sono ancora a rischio e il lavoro per proteggerli è enorme. Paolo e Axel, invece, sono andati in una fish hatchery, e da quello che ho capito la loro esperienza è stata persino più intensa della nostra.

La visita a Te Puia è stata bella, ma l’ho finita ancora piena di domande. Domande sulla cultura māori, sul loro arrivo in Nuova Zelanda, su come lavorano la pietra verde, su come scolpiscono le ossa di balena. Avevo voglia di capire di più. Invece il giro è stato un po’ troppo sbrigativo, quasi timido rispetto a tutto quello che avrebbe potuto raccontare.

Nel pomeriggio ci siamo riuniti e siamo andati verso le Tarawera Falls. A due chilometri dall’arrivo, il ranger del parco ci ha praticamente cacciati fuori con le sirene accese perché non avevamo una specie di permesso necessario per attraversare la foresta. Così abbiamo perso tre ore.

Eravamo davvero abbattuti.

Il resto del pomeriggio l’abbiamo passato al parco giochi, che in viaggio è spesso il posto dove si finisce quando qualcosa va storto. E a volte è anche il posto che rimette tutti in ordine.

Dopo tre giorni a Rotorua era ora di spostarsi verso la Coromandel Peninsula. Lungo la strada ci siamo fermati a Putaruru. Lì ho visto uno dei fiumi più limpidi che abbia mai visto. L’acqua sembrava filtrata dalla vegetazione stessa, come se le piante e il fiume lavorassero insieme. Era bellissimo, da copertina.

Poi Hobbiton.

Paolo era felicissimo.

Io, più che altro, sono rimasta colpita da tutto il lavoro invisibile dietro quel posto. Imparare cose nuove sui film dopo tutti questi anni è stato bello, ma ancora più bello è stato capire quanto conti l’occhio di chi sceglie un luogo e di chi lo trasforma. Dopo aver visto quei paesaggi, capisco perfettamente perché se ne siano innamorati. E ho pensato che non mi dispiacerebbe affatto fare il lavoro di chi cerca location per i film. O quello di chi arreda le casette di Hobbiton. C’è così tanto gusto lì dentro. Così tanta precisione, immaginazione, cura del dettaglio.

Ripartiamo verso Coromandel mentre il sole tramonta. Guardo le sagome delle montagne all’orizzonte: irregolari, tutte diverse, senza una punta uguale all’altra, come se qualcuno le avesse disegnate senza volerle mettere in ordine. Mi restano in testa così.

A Coromandel abbiamo visto Hot Water Beach, dove gente matta, un po’ come noi, scavava nella sabbia per infilarsi in buche piene d’acqua termale. C’erano pozze bollenti, altre più tiepide, persone che cercavano il punto giusto come se stessero cercando l'oro. Una scena buffa, molto umana, e anche molto difficile da non amare.

L'Isola Nord, meno drammatica della Sud, forse. Meno spettacolare in modo immediato. Ma piena di deviazioni, di correzioni rapide, di giornate salvate per un soffio, di luoghi che non ti travolgono subito e poi invece ti restano.

Il Tongariro con i bambini.
La bici nella foresta.
Le voci māori che mi fanno venire i brividi.
Il kiwi visto quasi al buio.
Le Huka Falls che spingono tutta quell’acqua senza tregua.
Hobbiton, che in mano ad altri sarebbe stato kitsch e invece no.
E quella sera in cui il traghetto ci ha cambiato i piani, ma non ci ha rovinato niente.

Solo, ci ha costretti a muoverci in fretta.
A decidere.
A fidarci.