L’arrivo a El Calafate è stato surreale. Sembrava di essere dentro una cartolina in Photoshop.
Mi aspettavo di atterrare su distese verdi, quelle che immagini quando pensi alla Patagonia, e invece no: la terra era color Siena bruciata, secca, quasi marziana. E poi il Lago Argentino. Di un turchese intenso, vivido saturo. Talmente saturo da sembrare finto. Solo dopo ho scoperto che quella particolare tonalità di blu è dovuta alle cosiddette “farine di ghiaccio”: minuscole particelle rilasciate da un antico ghiacciaio delle Ande che, sciogliendosi, colora l’acqua in questo modo ipnotico. Il lago è immenso.
La seconda cosa che abbiamo notato è stato il vento.
Un vento glaciale, costante, feroce. Dai 70 ai 90 km/h, abbastanza forte da portare via i bambini se saltano abbastanza in alto. Lo abbiamo capito bene quando Axel si è messo in piedi su una pietra accanto al Lago Argentino. Il vento ha iniziato a trascinarlo via e lui, d’istinto, si è accovacciato. Come se il corpo avesse capito prima della testa che qui bisogna stare bassi.
Forse è anche per questo che qui non ci sono distese verdi. Le Ande bloccano la pioggia e quando l’aria arriva fin qui è già secca. Il vento asciuga tutto, piega quello che prova a crescere e lascia solo una vegetazione bassa, resistente.
Il giorno dopo ci siamo svegliati e io stavo malissimo.
Fortissimo mal di testa, mal di gola, tosse, catarro. Ero distrutta. Fuori però c’era il sole, nonostante le previsioni non fossero delle migliori. Così, con molta calma, ci siamo diretti verso il Perito Moreno. I bimbi hanno apprezzato la mattinata di cartoni prima della partenza, mentre io cercavo di raccogliere le forze per affrontare la giornata.
Più tardi ho ceduto agli antibiotici: il dolore all’orecchio e la sinusite si intensificavano man mano che mi esponevo al vento. Gli antidolorifici non facevano ormai più alcun effetto.
Arrivati al Perito Moreno, diluviava, ovviamente. E avrebbe continuato a piovere, senza alcun dubbio.
Ci siamo muniti di antipioggia e abbiamo finalmente messo alla prova le nostre giacche Redelk, di cui ci siamo letteralmente innamorati. Abbiamo scelto uno dei percorsi: quello giallo, che scende vicino all’area di rottura del ghiacciaio. Il ghiacciaio avanza lentamente e, spostandosi tra due laghi, si frantuma. I blocchi di ghiaccio si staccano con un boato impressionante e si tuffano nell’acqua creando onde rumorose.
Abbiamo visto piccoli blocchi staccarsi e crollare. In lontananza però era tutto piuttosto nebbioso e non siamo riusciti a percepire la grandiosità del ghiacciaio nella sua interezza. Axel, come sempre, adorava esplorare e seguire il percorso. Ari invece, che non è mai freddoloso, sembrava perfettamente a suo agio: era l’unico con le manine ancora calde a fine giro.
Al ritorno, i bimbi si sono addormentati in macchina e io sono letteralmente collassata.
Paolo, eroe, ci ha riportati indietro, ha prenotato per cena un Asado di Cordero, con tanto di spettacolo di Tango. Abbiamo ritrovato degli amici conosciuti in aeroporto brasiliani con cui abbiamo scambiato quattro parole. In genere, i turisti che incontriamo o sono molto più anziani di noi o sono giovani senza famiglia. Abbiamo visto solo qualche turista con bambini piccoli, solo un'unica famiglia di americani con i bambini pressoché dell'età di Ari e Axel.
La sera, dopo cena, ci siamo dilungati un po’ troppo.
Volevamo fare tutto: passeggiare lungo il lago, dove ogni lampione diventava una “casa” e io, mamma-mostro-quack-quack, cercavo di prenderli correndo da un lampione all’altro. Ci sono giorni in cui mi sento un’eroina, perché riesco a ribaltare completamente la situazione attraverso il gioco e il divertimento, tornando bambina anche io.
Poi abbiamo fatto un giro veloce in città e Axel si è lamentato perché
“in questa vacanza facciamo solo cose da grandi e non da piccoli”. Poi ha farfugliato qualcosa sul fatto che ha paura di dimenticarsi i nomi dei suoi amici. Quando ho chiesto quali amici, ha detto "Chapalele", il cavallo della cavalcata al Lago Escondido. Ma sotto sotto sapevo che mi stava dicendo che gli mancano i suoi amici di scuola… forse la distanza finalmente gli fa capire quanto sia bello passare il tempo tra amici


















