Rio de Janeiro

L’arrivo a Rio è stato, senza esagerare, un po’ traumatico. La stanchezza era arrivata a un punto che non riuscivamo più a gestirla. Con Axel e Ari agitati e sfiniti servirebbero genitori dotati di pazienza eterna, ma purtroppo anche noi eravamo esausti.

Siamo atterrati alle 6:30 del mattino e l’Airbnb sarebbe stato pronto solo alle 15:00. In mezzo a Copacabana, con i depositi bagagli chiusi perché era festa, non sapevamo davvero cosa fare delle valigie. È stato estenuante. Così, la prima cosa che abbiamo fatto, una volta depositati i bagagli in un bar piuttosto losco, è stata saltare nelle onde dell’Oceano Atlantico del Sud… e bagnarci tutti i vestiti. Axel e Ari non avevano mai visto onde così alte. Negli occhi di Axel vedevo pura adrenalina. Ari preferiva starsene in disparte a costruire castelli di sabbia e Paolo si é scottato il collo in soli 5 minuti al sole.

L’1 gennaio, dopo aver accolto circa tre milioni di persone a Copacabana per celebrare l’arrivo dell’anno nuovo, la spiaggia era sorprendentemente pulita (probabilmente molto più pulita di molte spiagge italiane del sud — chiedo perdono per la generalizzazione). Per strada pulivano tutti: non solo gli addetti, ma anche abitanti e senzatetto. Era un vero lavoro di squadra.

L’appartamento in cui abbiamo soggiornato era piccolo, ma molto accogliente. Aveva tutto ciò di cui avevamo bisogno. Non siamo abituati a spazi così ridotti, eppure io mi sentivo sorprendentemente a mio agio. Mi ha ricordato, concettualmente, le unità abitative di Le Corbusier: l’appartamento come luogo per dormire, e poi tutta una serie di spazi comuni dove si svolge la vita.

Piscina per grandi e piccoli, palestra, sauna, sale giochi, zone relax e spazi per lavorare. Il tutto inserito in una sorta di piccolo quartiere, con il supermercato sotto casa e un’offerta di cibo incredibile per varietà e qualità. Tutto a portata di mano.
Eppure, lungo la strada, senzatetto che dormivano beatamente in ogni angolo. Un contrasto così forte da fare impressione.

Axel ha iniziato a notare la povertà e le persone che vivono per strada. Ha fatto domande, tante, e come sempre ha cercato soluzioni creative. Ha immaginato un servizio di consegna e l’idea di creare scatole con cibo e beni di prima necessità da spedire ai senzatetto. Quando gli ho chiesto a quale indirizzo, è rimasto a pensarci a lungo. É proprio questo uno degli obiettivi di questo viaggio.

Di Rio mi ha colpita soprattutto la diversità: di luoghi, di persone, di atmosfere. La natura che si impone sulla città e vincit omnia. E poi il contrasto con il costruito umano — spesso brutto e sterile — che viene però riscattato dall’arte: i murales o le piastrelle delle scale di Selarón ne sono l’esempio perfetto. Jorge Selarón, artista cileno, ha trasformato una scalinata degradata in un mosaico di oltre duemila piastrelle provenienti da tutto il mondo. Tra i dettagli che tornano ossessivamente c’è la figura della donna nera incinta, che Selarón definiva la sua ossessione. Non ne ha mai spiegato davvero il significato, parlava piuttosto di una ferita personale mai risolta. Questo rende le scale affascinanti ma anche disturbanti: non solo un’opera decorativa, ma un diario emotivo.

La vita a Rio si svolge sulla spiaggia: c’è sempre qualcosa che accade. Persone di ogni età che si divertono con cose semplici, in compagnia di amici o sconosciuti, saltando le onde o ordinando hamburger consegnati direttamente sulla sabbia. Tutto questo mi fa pensare a uno stile di vita lento, che noi abbiamo in gran parte dimenticato.

Non siamo grandi amanti dei musei. Ci piace la natura e ci piace provare a vivere da locali, anche solo per poche ore. Rio è un posto in cui potrei immaginarmi a vivere, ma allo stesso tempo mi spaventerebbe: significherebbe rinunciare a certezze e sicurezze che oggi do per scontate, forse idealizzando lo stile di vita carioca.


Per evitare le code, il secondo giorno ci siamo svegliati alle 3:30 del mattino e siamo saliti a Dona Marta per vedere sorgere il sole su Rio. Axel e Ari sono stati bravissimi, nonostante l’orario improbabile. L’alba era silenziosa, sospesa, quasi irreale, con la città che lentamente si accendeva sotto di noi. In pochi minuti abbiamo assistito a ben quattro proposte di matrimonio. Alla quarta eravamo ormai in imbarazzo… per loro.

Subito dopo una sosta sulle scale di Selaron siamo saliti al Cristo Redentore. È immenso. Guardandolo, mi sono chiesta se oggi, in Europa e nel mondo occidentale, abbiamo perso la voglia di creare qualcosa di così grandioso. Forse oramai il focus é solo piú sul digitale?

La teleferica del Pan di Zucchero, invece, è stata anche un’esperienza molto piacevole. Rio ha dei colori meravigliosi al tramonto e siamo stati particolarmente fortunati ad esserci andati con Axel e Ari. Abbiamo potuto saltare la coda grazie alla priorità per le famiglie, un dettaglio davvero prezioso. Quando sono sola non mi disturba fare la fila per un’esperienza che desidero vivere, ma per i bambini è una tortura che può rovinare tutto. Detto questo, una volta abbiamo deciso volontariamente di fare la coda perché era davvero lunghissima e ci saremmo sentiti in colpa a saltarla tutta. Stolti?

Un giorno abbiamo visto un elicottero a Copacabana che, con una rete, pescava letteralmente le persone dal mare 😱. A quanto pare, dall’inizio dell’anno ne hanno già salvate circa 450 dalla risacca (in soli quattro giorni!). Ogni giorno, comunque, c’è stato qualcuno che è morto annegato o è sparito risucchiato dal mare.

Noi siamo entrati in acqua solo cinque minuti, giusto per fare pipì 😅, ma le onde erano alte due metri. In trenta secondi venivi trascinato al largo e tornare indietro era difficilissimo. Incoscienti, a un certo punto ci siamo portati dietro anche Axel, che è stato sommerso e trascinato sotto un’onda da Paolo per non esserne travolto. Poco dopo, un’altra onda lo ha risucchiato mentre era nell’acqua bassa — la stessa cosa è successa anche ad Ari. Per fortuna li abbiamo ripescati in mezzo secondo.

Per rendere Rio davvero indimenticabile, l’ultima sera Paolo ha dimenticato la mia borsa con portafoglio e telefono su un Uber. A Rio, le cose che si rubano di più sono proprio i telefoni. Mentre Paolo si disperava chiedendo aiuto a sconosciuti grazie a Google Translate, poiché l'inglese é parlato davvero poco, io sono salita in camera con Axel e Ari. Ho attivato Find My iPhone, bloccato il telefono e fatto apparire una scritta in portoghese usando Google Translate.

“Riporta il telefono. Chiama questo numero. Ti sarà data una ricompensa.”

Il telefono è tornato da noi in venti minuti e con una mancia di 40 euro (quello che avevo nel portafoglio). Siamo stati stressati per un’oretta, ma abbiamo scoperto che a Rio c’è anche tanta gente onesta.


Piccolo aneddoto: mia suocera si era raccomandata con me di non tenere tutti i soldi nello stesso posto. Dopo aver messo 40 dollari nella scatola degli occhiali, li ho persi probabilmente la prima volta che mi sono messa gli occhiali addosso.